Incompleto

incompletoIn quella stanza che ha un sapore un pò familiare e un pò estraneo, come ogni sera, al calar del buio, viaggiano in parallelo pensieri e parole. Quest’ultime cullate da dolci melodie, le preferite della centrale di quei pensieri, smistati un pò qua e un pò là, che attendono solamente di cessare, interrotti bruscamente dal tanto atteso sonno. Esso è l’unica via di fuga che oramai resta. Arriva poi, così, d’impatto la brusca consapevolezza del mattino che riporta alla realtà e che sveglia da ciò che era solamente una dolce illusione. Ricomincia così la solita monotonia e ricomincia così il peso dei pensieri che non dà tregua, ricomincia quel senso di vuoto che si porta dentro e quel sentirsi un incompreso. Quest’ultimo aggettivo deriva forse da un sentirsi superiori ad altri, ma non con sufficienza o superbia, semplicemente essendo coscienti di ciò che si è. Sapendo che si è in grado di concepire e adeguarsi a determinate situazioni e che si è in grado di saperle affrontare in modo appropriato. E’ proprio questo il punto incompreso, si giudica immediatamente pensando che ci si voglia solamente sentire migliori degli altri, quando in realtà, è solo il modo di essere di una persona. Si ha il banale convincimento di conoscere un individuo solamente perchè ci si passa dei minuti, delle ore e delle intere giornate assieme, quando in realtà si conosce soltanto ciò che esso mostra. Alla fine si è circondati da pregiudizi, giudizi e illuse convinzioni di ciò che si pensa. La solita routine quotidiana distare dai pensieri che non si vogliono far emergere, quelle riflessioni che se gli si apre una via d’accesso, tendono a divorare sino allo sfinimento la mente dell’individuo. Ecco spuntare i cosidetti scheletri nell’armadio, non vi poteva essere nome più qualificato, esattamente ciò che sono i pensieri che l’individuo vuole dimenticare e cancellare. Vi sono due visioni opposte dello scheletro, la prima è la considerazione di esso in quanto sostenitore concreto del corpo umano, quindi una parte essenziale che fornisce la vita. La seconda, è la concezione di esso, visto come la fine della vita, quando si giunge alla morte, ed egli non procura più la vita, ma si sgretola lentamente sino a quando non resterà nient’altro che polvere. Coloro che vengono chiamati “scheletri nell’armadio”, sono esattamente l’ultima visione data dallo scheletro, o meglio dire, è la visione che si vorrebbe poter dare. I pensieri non funzionano allo stesso modo, essi possono solamente essere accantonati, ma hanno la facoltà di poter riapparire in qualsiasi momento. In una tranquilla giornata e mentre si è talmente distratti o concentrati nel fare tutto ciò che è nel proprio quotidiano, non si ha il tempo di pensare ai dispiaceri o alle nostalgie che si sono vissute, eppure il filo dei ricordi è talmente sottile che basta un niente per poterlo spezzare e venire incessantmente travolti dalla tristezza, dalla rabbia, dalla nostalgia. Si arriva ad essere talmente colmi di quelle emozioni, che si trasformano in seguito in sentimenti, e non si fa altro che scoppiare in un pianto assordante, il quale permette di sfogarsi esternamente per impedire di travolgersi in un tunnel senza uscita. Quando quello sfogo cessa, ci si sente liberi, leggeri, sollevati e tranquillizzati. Situazione bizzarra, basta veramente un’ unica valvola di sfiato per sentirsi meglio? Il pianto è solamente la via più diretta per esternare e liberarsi momentaneamente del peso che assilla l’individuo. Manca tutto, dai richiami notturni a quelli pomeridiani. Un semplice gesto, una semplice parola, una semplice situazione riportano immediatamente alla mente quei pensieri che si vogliono seppellire per evitare di esserne trascinati. Mentre si è al lavandino, a lavare le stoviglie dopo aver sbarazzato la tavola come sempre, sale il primo e più ricorrente ricordo, ci si volta e non vi è nessuno. Non ci sarà più nessuno che interromperà lo scorrere dell’acqua, nessuno che farà asciugare le mani, nessuno che impedirà per qualche istante di terminare la propria azione. Si è indecisi se provare sollievo o angoscia, la sensazione che ha la meglio è l’angoscia. Si è divisi a metà, da una parte vi è il sollievo di essere liberi e dall’altra vi è nostalgia e paura di provare sensazioni positive, forse è senso di colpa. Tutto viene mandato indietro, non si può permettere che fuoriesca e non si può permettere di farlo trasparire e leggere. Ciò serve per preservare sè stessi, la propria intimità, la propria persona, nessuno ha il permesso di entrare, nessuno riesce ad abbattere la barriera e nessuno se ne accorge. Ci si ritrova soli a vivere il tutto, man mano ci si abitua e si sta bene, sè stessi e nessun altro. Ecco di nuovo ci si trasporta nel sonno, ambiente favoloso, l’unico che fa stare bene. Improvvisamente e senza preavviso di nuovo il risveglio, ci si ritrova catapultati nella realtà e ci vuole un istante per rendersi conto di quale sia la realtà effettiva, capire che non sarà più come prima. Arriva, è li pronto ad assorbire sè stessi, è il senso di vuoto, angoscia, nostalgia, vuoto e poi ancora angoscia e poi di nuovo vuoto, non finirà, apparirà d’impatto senza dare tregua e senza lasciare una via di fuga. Accanto a ciò vi è il rimbombo delle parole, si alternano le une con le altre incessantemente, nessun segno di volersene andare. Si dice che se dal tunnel non si può uscire, conviene arredarlo. Si è indecisi che stile dargli, anzi bisogna semplicemente capire qual è l’arredamento adeguato, quello che gli appartiene. Consapevolmente è stato trovato lo stile adatto, ma resta proprio, intimo. Ed è così che accade, si resta soli con il rumore delle parole, e poi si cade nel sonno. Finalmente, ci si ritrova catapultati in un’altra dimensione, e finalmente si ha la libertà e la facoltà di poter gestire a proprio modo gli avvenimenti. Si ha la possibilità di costruirsi il proprio mondo, ed è lì che ci si scopre. E’ lì che realmente si è stessi e non si ha paura di spogliarsi completamente, nessuno che può giudicare e contestare. L’utopista è l’unico che può dirigere e tenere in mano le redini del gioco. Alle volte non vi sono sogni, ci si ritrova in uno spazio buio, nel quale si è consapevole di esservi. In quel luogo si resta soli con sè stessi, non vi sono immagini od oleogrammi, vi è solamente il buio con i propri pensieri. Talvolta invece è come andare in stand-by e solo al risveglio ci si accorge di non voler smettere di essere in quello stato.

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4 commenti Aggiungi il tuo

  1. Bellissimoooooo, complimenti!!!! *.*

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    1. caosliberty ha detto:

      Grazie, troppo gentile!

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      1. L’ho letto tutto d’un fiato! 😀

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      2. caosliberty ha detto:

        Mi fa piacere che ti sia piaciuto, queste sono soddisfazioni 🙂

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