il MIO locale

Sto andando ad aprire il locale, il tempo ha rovinato tutte le vetrate, l’entrata è impresentabile. Do un calcio allo zerbino “welcome” vicino alla porta, fanculo, tempo di merda. Non so cosa aspettarmi oggi, gli affari proseguono, un via vai di gente discreto, soddisfacente. Eppure i vetri fanno davvero schifo. Piove troppo, dovranno aspettare. Entro dentro, silenzioso e tranquillo, tutto ciò per cui ho sudato e lottato mi si presenta davanti in tutta meraviglia. Il bancone del bar, i bicchieri esposti, gli amari e le grappe, la macchina del caffè, dell’orzo, per i sorbetti. Tanti simboli di sacrificio e forza di volontà. Che goduria guardarli, mia moglie mi da dello psicopatico, quando mi trova a pezzi di mezz’ora fissare qualche angolo del locale. Locale. Chiamo a raccolta “preparate la sala della pizza, subito!” stare col fiato sul collo ai dipendenti è una forma di tortura mentale, quante volte l’ho provata…andiamo ad aprire i fornelli, stasera ci sarà il pienone. Una folata di vento apre la porta, un keeway nero e inzuppato fa un lago ulteriore dopo la porta. Dannazione. “Salve, cercavo il proprietario” una voce calma a giovanile precede un ragazzo con l’aria da pulcino sperduto. In ogni caso, mai interrompere il tragitto alla cucina. “E’ qui difronte a te” scandisco, a guardarlo meglio, capelli neri, occhi scuri, media altezza, non si presenta male. Si fa avanti, venendo e porgendomi la mano. Stretta sicura, cercherà lavoro, probabilmente uno studente vista l’età, aspetto che sia lui a parlare “salve, mi chiamo Maicol, vorrei lavorare per voi, sono uno studente alle prime armi con il lavoro” rifletto un attimo, diventa paonazzo, mmh…dove lo colloco un ragazzo impacciato così? Non durerebbe una settimana “cosa sai fare?” soppesa le mie parole e abbozza un sorriso smarrito “mi impegno molto, ho avuto modo di lavorare in questo settore occasionalmente” devo tornare in cucina “okay, non so quanto tu possa fare, ma inizi sabato questo, alle sei” lo liquido così, mi sorride e ci salutiamo.

“Carlo, smettila di fissare il sorbetto nella macchina al bar, vieni a darmi una mano!”

Quel Sabato stesso si presentò puntuale, feci finta di ignorarlo, sembrò nervoso già sulle prime. Non è il suo campo, pensai, quanti piatti può portare? Lo affidai ad un altro ragazzo, in gamba. Ricordo la mia serata molto intesa, buttando un occhio al ragazzo, non mi convinse, lo lasciai imparare, aveva bisogno di tempo. Altri fine settimana con quel ragazzo da pulcino disperso, cercava l’appoggio degli altri, lasciato solo andava nel panico, palesemente, troppo. Uno di quei fine settimana non gli diedi tempo, mia moglie sembrava d’accordo, non che la cosa la toccasse eccessivamente. Dopo qualche bicchiere rotto e una bottiglia, a fine turno, a chiusura, respirai un po’ e raccolsi le parole “ascolta ragazzo, non ci siamo, preferisco lasciarti a casa” dico così, in un fiato. Mi guarda un po’ perso, poi risoluto prende i soldi che gli porgo e se ne va con un mezzo sorriso, lo stesso di quando era arrivato. Non mi convinceva ed ho il mio locale da mandare avanti. Lo sto giusto raccontando alla macchina del sorbetto.

“Carlo!” strilla mia moglie, insomma..posso riflettere in pace con il MIO locale?

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23 thoughts on “il MIO locale

  1. racconto piacevole, buona l’idea e buona la stesura serrata. Qualche passaggio andrebbe curato di più (la frase prima del licenziamento, per esempio, mi sembra scritta in modo un po’ frettoloso) ma forse è il tuo stile di scrittura 🙂
    ml

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