L’unica ragione III

Ci sono ricascato, sono in macchina a motore acceso, ho spento i fari. Non so bene come definire il mio umore, oggi è stata una giornata di sole e gelido vento, sentire la pelle d’oca accompagnata da una sensazione di leggerezza. Sarà che l’Inverno tra non molto leva le tende. Cosa dicevo? Non so di che umore sono. Qualcuno, anzi, qualcosa. Ha catturato la mia attenzione lasciandomi in balia degli artigli dell’adrenalina. Una macchina, di chi, è lecito chiedere. Porta il nome dell’unico motivo in grado di farmi girare a vuoto, annebbiandomi. E’ un’ossessione, mi hanno detto. Lo trovo, a mio malgrado, terribilmente intrigante. Sapere che c’è una forza invisibile in grado di trascinarmi verso il basso, lascia intendere quanto sia corruttibile ed ingenuo, mi fa stare, mio malgrado, in allerta e allo stesso tempo perso. Penso di averla seguita per un paio di chilometri, non so se ne sia consapevole, potrebbe “mi sembrava di averti visto oggi, eri da quelle parti?”. Oh, lo sa. E’ quasi un gioco malato, recito la parte del cane che fiuta una traccia. Non mi libera dalla catena dell’aspettativa, mi lascio volentieri tormentare, al momento giusto, poi, so che trova le parole giuste per soddisfarmi. Quasi gliele suggerisco. Dicono che sto male, di lasciar perdere. Non sanno cosa provo quando riesco a perdermi nei suoi occhi, cosa sento quando chiudo i miei per ricordare i suoi. Gli ampi respiri che sollevano il torace, i brividi che controllo. Lei non mi libera dalla catena dell’illusione, se m’allontano torna a riprendermi come un oggetto smarrito e ritrovato con piacere. Ha svoltato l’angolo prima di sparire in un’altra via, rischio quasi di prendere un marciapiede prima di decidermi ad accedere i fari ed a tornare sulla mia strada. Chissà che voglio ottenere, vorrei solo vedere come spende il tempo una persona come lei. Che gente frequenta, i luoghi che preferisce. Di cosa parla o cosa pensa durante una giornata qualsiasi. Una giornata come questa che passerei ad ascoltarla. Immagino un film sul parabrezza in cui riesco a farmene una ragione, allo stesso tempo sbatto un pugno sul volante, acconsento ai rimproveri che mi riservano. Eppure lei è l’unico motivo in grado di farmi girare a vuoto, annebbiandomi. Torno lasciando i giri del motore bassi, qualsiasi cosa mi reca disturbo, perfino la radio, che solitamente ascolto con piacere. Lascio in sottofondo “do I wanna know” degli Artic. I battiti iniziali stanno a ritmo coi miei, .. vorrei sapere, forse no .. passo una rotonda, prendo la seconda uscita, if this feeling flows both ways, rallento ancora, qualcuno mi sfanala da dietro e mi sorpassa strombazzando col clacson. Per poco ho pensato che fosse la polizia. Da quando è illegale prendersela comoda? Ah, quasi arrivato, le note della canzone riempiono lo spazio dentro la macchina, busy being yours to fall, sono le ultime parole del testo che ascolto. Stacco le chiavi e controllo i finestrini, scendo e richiudo usando il pulsante automatico, ringrazio la tecnologia che non mi costringe a cercare di chiuderla al buio. Non c’è nessuno in giro per la via. Provo una strana sensazione, un brivido percorre la schiena, un rumore secco e deciso risuona nella via, accompagnato da un fruscio di vento che manda a sbattere qualche anta. Non vedo nessuno, oltrepasso il cancello e chiudo. Starò perdendo la testa. Percorro il vialetto, sento di nuovo quel brivido, una tensione che mi costringe a voltarmi, ma non c’è nessuno. Sarà colpa di questo gelido vento. Apro la porta di casa, o almeno, l’attimo prima di girare l’ultima mandata una mano tocca la spalla, sobbalzo. “Oh, insomma”. Qui, una frazione di secondo, un morsa stringe lo stomaco. Paura mista ad adrenalina che percorre da capo a piedi, è una scossa elettrica. Raccolgo un briciolo di dignità per dirle se vuole entrare a bere qualcosa. Sorride sfrontata, come sempre mi è sembrata di saper essere. Decido di stare in silenzio e sulle mie per le prime, optando di riservarle una cortese ospitalità, mentre cerco di tenere a bada la confusione mentale che la sua presenza mi da. Deve esserne consapevole, imita i miei gesti e li completa, ammorbidendo i modi e lasciando perdere battute di poco spirito che riservava in simili occasioni. “Il solito Annie?” annuisce e prende dalle mie mani la tazza colma d’acqua calda che le passo “posso?” accenna. Recupera dai cassetti e dagli stipiti della cucina un cucchiaio ed barattolo di miele, le passo il limone che prendo dal frigo. Le sue abitudini sono rimaste in questa casa anche dopo la rottura. Consapevole anche di questo indugia nel far sciogliere il miele nell’acqua, pensierosa. Rimaniamo così per qualche tempo, osservo distratto le lancette dell’orologio sulla parete verde chiaro, segnano le otto meno venti. Dovrei chiederle di restare a cena, sarebbe pura cortesia o un piacere? Non trovo le parole che vorrei dire. Diverse emozioni scavano in profondità e non lasciano spazio alla razionalità che da sempre mi distingueva da lei. Rabbia, frustrazione, sul punto di confessare cosa ho provato nel seguirla in macchina, le domande che spingono prepotenti sulla coscienza, bisogno di sapere. Perchè? Lascio divagare lo sguardo per la cucina, faccio per prendere il telecomando ed accendere la TV, ma poi opto per mettere su la moka del caffè. Le volto le spalle, senza un valido motivo. Vorrei prendere spazio per fare un profondo respiro e riattivare il cervello per il verso giusto, dirle che non può venire in questa casa come se niente fosse, farle capire che non si gioca con la vita degli altri. Riempio il fondo della moka con acqua e posiziono dentro il filtro che riempio di polvere di caffè, berlo non sarà un toccasana per i miei nervi. Se non altro la sua bevanda  miele e limone la  dice lunga su chi si preoccupa di più per la propria salute. Sospiro, ho gli occhi puntati su di lei che mi guarda di rimando, ha un’espressione che non le avevo ancora visto. Attesa. Impazienza, le pupille più dilatate del solito, ha qualcosa di diverso nel vestire, forse ha cambiato taglio di capelli, restiamo ancora così, la sua attesa è un’occasione ed una condanna. Controllo con la coda dell’occhio la moka, le concedo il tempo che venga su il caffè.

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