L’unica ragione, V, ultimo capitolo

“C’è il caffè per te sullo specchietto” dice con tono alterato, potrebbe essere lei l’offesa? Bevo in un sorso, ci voleva. Infilo l’accappatoio “dormo sul divano” annuncio prima di uscire dal bagno. La stanchezza cala addosso come manto pesante, prendo sonno non appena mi sdraio. Durante la notte mi sveglio ad intervalli, sembra una battaglia a tempo perso con ostacoli invisibili. “Gabriel, Gabriel su.. non devi andare al lavoro?”. Una voce femminile mi richiama. Capisco che è lei. Sento la testa pesante “lavoro?” la voce impastata dal sonno e da una notte quasi insonne “Annie, oggi non lavoro” riesco ad articolare prima di avere un capogiro. “Ho la testa che gira” faccio per dire, ma esce un suono inarticolato, sembrano i postumi di una sbornia andata male, ma forse è la conclusione di una settimana andata per il verso sbagliato. “Annie” quando riapro gli occhi mi sento meglio, ho la sensazione che sia passato poco tempo, ma lei non c’è. Al suo posto un’aspirina ed un succo di frutta sul tavolino di vetro accanto al divano. La stanza è illuminata dalla finestra, deve aver aperto la tenda. Prendo l’aspirina e mi metto a sedere, un caffè. Una forte ansia prende lo stomaco “sei sveglio finalmente! Temevo di dover chiamare i soccorsi”, ha indosso una mia maglietta, che combina ancora qui? Non ho le energie mentali per starle dietro, cerco il caffè macinato e i pezzi della moka “ti ho preceduto, è vicina al microonde la tazzina, l’ho fatto amaro, come lo preferisci” bevo a piccoli sorsi, soppesando e cercando di riprendermi. La sua capacità di destabilizzarmi ha raggiunto un nuovo livello. “A cosa pensi?” Semplice “a cosa diavolo ci fai ancora qui, come mai oltretutto, per finire..questo mal di testa che sembra aumentare ogni secondo che passa” s’avvicina e di risposta mi ritraggo. Rinunciando per lasciarla fare “tesoro, sono qua, non fare l’orgoglioso. Ho il fine settimana libero, so che è un comportamento sbagliato, ma chiedimi di restare, potrei cambiare, voglio provarci!” restiamo ad osservarci. Vorrei poterla guardare per il casino di donna che è. Ciò che vedo sono i suoi stretti occhi azzuri, arrosati.  La stringo al petto dimenticando le mie ragioni. “Sembri dimagrita” si discosta “non ti piaccio?” sorrido ironico “di tutto il casino che sei, mi preoccupa ben altro, cara”. Faccio un respiro profondo, guardando come i raggi illuminano la stanza. “Che ore sono?”, “hai l’orologio che te lo dice” sbuffa sedendosi sul divano “dormito bene qui stanotte?”. La raggiungo “a dirla tutta male, dimmi tu, comodo il nostro letto?”. Poggia una mano sul mio addome “nessuno ti ha tolto dal nostro letto” sospira, un invito? “Te ne sei andata senza dire nulla, che cosa ti aspetti che faccia ora?”. Sembra che rifletti sulla risposta. “Che mi ami, solo e soltanto questo”, l’unica ragione.

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