Il sesso dei colori, terza pubblicazione

Preso da questi pensieri noto solo in secondo tempo che la porta è socchiusa. La trovo intenta a sistemarsi i capelli. L’imbarazzo accende di un rosa delicato collo e viso “scusami” faccio per chiudere “no, entra , esco io semmai. E’ casa tua” osservo, svegliato con una latente voglia di testare la sua libidine.

Le passo accanto diretto all’altro lavandino del bagno. Nel passarle vicino sfioro in modo impercettibile con le dita la sua schiena che s’inarca , posso giocarmi la partita. Apro il rubinetto dell’acqua e sfilo la maglietta della sera prima, ha lasciato addosso tutta una serie di segni rossi, nottataccia.

Lavandomi il viso vorrei avere l’angolazione giusta per studiare le sue reazioni, resterà al gioco o? Nessuna reazione, ha accesso il phon. Resto col capo chino “mi passi l’asciugamano?” faccio per prenderlo e le stringo il fianco “ci vuole una doccia, mi spiace essermi addormentato come un sasso”. Percepisco che a stento si trattiene dal ridere, il rosa che le aveva colorato il viso si è acceso rosso vivo.

Mi tira a se per l’asciugamano. Stringo entrambi i fianchi con più decisione, un calore che si dirama per tutto il corpo “andrà fino in fondo?” sentendomi un ragazzino ai primi approcci per la genuità della situazione. Ha il corpo esile, allento la presa per la paura di farle male. Finiamo nel box della doccia. Due ragazzini “scotta” “troppo fredda” fino a quando dell’acqua importa poco e restiamo presi l’uno dell’altro prima di trovare una posizione e l’apice reciproco.

Soddisfacente come non mai. L’intensità dello sguardo, le labbra, studiate nel dettaglio fino a questo momento. Nel suo totale abbandono assaporavo il fuoco che aveva trattenuto e che si stava offrendo in tutta la sua energia. Mi travolse, in un qualche modo mi atterrì.

Mi hai tolto le forze” sospira in un filo di voce. Esce dal box doccia, stringendosi nell’asciugamano finito per terra.

Il ticchettio dell’orologio nel corridoio annuncia che è mezzogiorno.

Come si chiama, lei?” chiede osservando una boccetta di profumo femminile vicino allo spazzolino.

Giorgia, si chiama Giorgia”

Cerca questo, la vita di un’altra donna? Torno in cucina, apro lo stipite “ti va di mangiare qualcosa?” annuisce pensierosa.

“Potremmo uscire fuori a pranzo” risponde guardando fuori dalla porta finestra e sedendosi al tavolo della cucina “dopo ieri sera pensavo che mi avresti chiesto di andarmene il mattino stesso” le sue parole mi colgono di sorpresa, forse poteva essere così.

Che genere di persona sarei stato? Se l’avessi fatto.

Annie, dopo Giorgia non ho voglia di vedere un’altra donna girare per queste stanze, per questi ricordi” lascio vagare lo sguardo sulle pareti di un verde chiaro e sulle tende sfumate sul giallo “puoi capirmi?”. Ogni cosa qui è stata scelta con lei. Col senno di poi mi chiedo che senso abbia avuto tutto questo, ma non riesco a disfarmene”.

S’appoggia allo schienale della sedia guardandomi “non te l’ho sto chiedendo, allora, usciamo?”

Saresti stata un ottima compagna” mi guarda meravigliata “vado a vestirmi”.

Infilando i primi jeans e la camicia appesa in camera non posso fare a meno di pensare. Siamo pozzi senza fondo, le cose vanno bene se restiamo a guardarci dall’alto, quando inizia la discesa non sai mai se qualcuno ci sarà per riprenderti da te stesso o se dovrai usare le unghie.

Quando ritorno anche lei è già pronta, mi volta le spalle. Qualcosa ha incrinato l’atmosfera, qualcosa che ho detto probabile. Accorcio la distanza per afferrarle la mano “no” s’allontana di qualche passo. Percepisco le sue paure a pelle, insisto per stringerla, perdendoci in una finta lotta, avverto le sue resistenze desistere. Lasciandosi stringere mantiene un atteggiamento di difesa. 

“Sei arrabbiata per quello che ho detto?”

“No”

“Allora cosa c’è? Non allontanarmi”

“C’è tutto e niente, una via di mezzo non trovo. Sebbene sia qua”

“Sappiamo entrambi che non è facile, non perderti più di quanto non facciamo insieme”

“ci provo, se solo trovassi un modo per non pensare…”

“pensa, pensa quanto vuoi. Solo, torna…”

Le stampo un bacio sulla fronte per alleggerire la situazione. Potevamo essere una fotografia, sguardo smarrito ed uno perso che s’incontrano a metà.

“Usciamo”

Sembra tutto così normale, chiudere la porta, aprire il garage. Così tranquillo e di routine, infondo che male c’era. Illudersi un po’? Poteva diventare la nostra realtà quotidiana.

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