scala reale – prima parte

(…)

Sorvolai sul pensiero, ma è come se si fosse inserito nella tasca dei jeans, tanto da rallentarmi il passo, misurando il ticchettio del tacco a spillo sul pavimento lastricato di marmo, dell’ingresso aziendale.

Avvertìi qualche brivido lungo la schiena, soppesando le sue parole.

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Credo che berrò qualcosa, so di essere in anticipo stasera, sarà il pensiero di incontrare qualcuno dei colleghi dell’azienda; cosa avrà voluto dire con quelle parole?

“posso esserle utile, signorina?”

un giovane receptionist dai modi spigliati mi si rivolge “le chiavi della stanza, grazie” – ricordo del giovane, penso anche lui, mi consegna le chiavi della stanza, sono queste.

Le porge sul bancone con un mezzo sorriso, dev’essere la scollatura del vestito, non  faccio caso, sto pensando a come passerò la notte

”sei in anticipo” una voce maschile mi coglie di sopresa, ma la riconsco nell’immediato

“sei qui”

“ci sono”

Innavertitamente, trasalisco.

Stringe il gomito fra il pollice e l’indice, con una leggera pressione, ha un completo nero, semplice.

“Saliamo a bere qualcosa?”

“Si”

Con la coda dell’occhio vedo che sono in arrivo dall’ingresso una coppia, conosciuta e gay. Uno dei due mi fa un cenno, mostrandomi il blackberry sul palmo della mano destra, a display accesso.

Prendo dalla borsetta il mio, faccio partire una chiamata, nel mentre accarezzo il tessuto lucido della mia clutch, adoro i dettagli neri ed il medaglione a forme di Fenice.

suona lo Smartphone del compagno, risuona nella hall semi vuota – mi manda un messaggio labbiale ”stronza” sorridendo, prende le chiavi della sua stanza dal bancone. Insieme si allontanano.

Li osservò salire per le scale, sembra come diceva, una notte interessante per i presenti, stasera.

“Giulia” mi richiama a sè.

“Ci sono”

Resto con lo sguardo fisso ancora sulle scale, sul tappeto rosso della hall;

“Andiamo?”

Lo guardo fisso negli occhi “non stai nella pelle” sussurro, muovendo i passi verso le scale che portano al piano di sopra; è tutto illuminato e curato nel dettaglio, in mezzo alla sala d’ingresso un acquario abbastanza grande da contenere una moltitudine di pesci, non li conosco per specie, penso che in un’altra vita vorrei essere un pesce rosso.

Jonathan fa per stringermi la vita con un braccio, m’allontano.

-non qui- esprimo

Offeso-,.

Capisce o almeno credo che capisca, supera, allungando il passo fino alla porta dell’ascensore, gli rivolgo un cenno, preferisco prendere le scale.

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